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Bitcoin e autoriciclaggio: quali responsabilità penali per gli acquirenti di criptovalute?

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione in tema di autoriciclaggio (la n. 2868/2022) ha fornito uno spunto di riflessione interessante su eventuali profili di responsabilità penale degli operatori del settore della compravendita di criptovalute. La Suprema Corte ha affermato il principio per cui sono idonee ad integrare il suddetto reato sotto il profilo oggettivo, quelle condotte che si sostanziano in operazioni poste in essere per il tramite di terzi, e idonee a ostacolare in concreto la provenienza delittuosa del denaro o delle altre utilità. Il seguente articolo, prendendo spunto dal recente orientamento giurisprudenziali, approfondisce a quali responsabilità penali possono andare incontro gli acquirenti di Bitcoin.

La giurisprudenza recente si è espressa sulla configurabilità dei profili di responsabilità penale connessi all’acquisto di moneta virtuale per il tramite di operatori esteri attivi nella compravendita di criptovalute.

Attraverso la sentenza n. 2868/2022, la Suprema Corte di Cassazione sezione II penale, ha affrontato il problema del profilo oggettivo della fattispecie di autoriciclaggio e dell’acquisto di Bitcoin mediante l’intervento di terze parti.

Nel caso riferito in sentenza le manovre di acquisto sono state attuate non direttamente dall’interessato ma per l’intervento di prestanome fittizi nei cui confronti sono state intestate le carte Postepay da cui sono stati eseguiti i bonifici indirizzati alle società estere di compravendita di criptovalute.

Queste si sono in concreto interposte nell’acquisizione delle criptovalute in favore dell’interessato rendendo di fatto più difficoltosa la sua identificazione come beneficiario finale delle transazioni.

Inoltre, la Suprema Corte, sul punto di diritto, ha affermato che l’acquisto di criptovalute con proventi illeciti si inquadra nel reato di autoriciclaggio, in quanto a tutti gli effetti rappresenta un’attività finanziaria.

Occorre fare una premessa.

Parlare di criptovalute e riciclaggio non è certo una novità. I tratti caratteristici tipici di quest’ultime li rendono il mezzo adatto ad eludere i controlli a cui sono tradizionalmente destinate le valute reali. Peculiarità quali lo pseudo anonimato e la mancanza di un ente centrale di riferimento rappresentano proprio quell’espressione del rischio tipico di condotte illecite quali reati di associazione per delinquere, terrorismo, acquisto illegale di armi e altri prodotti illeciti e non da ultimo riciclaggio e autoriciclaggio.

Di fatti, la legislazione nazionale in materia si basa essenzialmente sul recepimento delle direttive europee antiriciclaggio. L’ultima di queste, la V direttiva (2018/843 UE) recepita dal D.lgs. 4 ottobre 2019 n. 125, ha esteso gli obblighi di antiriciclaggio già previsti per effetto della IV Direttiva UE (2015/849) nei confronti dei prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, limitatamente allo svolgimento dell’attività di conversione di valute virtuali in valute aventi corso forzoso e viceversa, ai prestatori di servizi di portafoglio digitale anche detti wallet service providers.

Con questo termine si fa riferimento precisamente ad ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per contro dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali.

Questa manovra legislativa ha di fatto colmato una lacuna nella disciplina prevedendo un sistema di verifica per il rilevamento di condotte di riciclaggio anche nei confronti dei soggetti che si occupano della detenzione e del trasferimento delle criptovalute e inserendo di fatto i wallet service providers, come i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, nella categoria degli altri operatori non finanziari ex art. 3, comma 5 D.lgs. 231/2007.

I su menzionati obblighi riguardano, in particolare, attività di controllo cosiddetto rafforzato della clientela, compresa la conservazione dei dati e il divieto di ricevere contanti per importi superiori ai limiti di legge.

Sostanzialmente, gli stessi si riferiscono solo ai prestatori di servizi di portafoglio digitale professionali, per i quali è previsto un obbligo di registrazione nella sezione speciale del registro dei cambia valute istituito presso l’Organismo degli Agenti e Mediatori (OAM).

Si evidenzia però che tra i soggetti sono senza dubbio ricompresi anche gli operatori commerciali che accettano come corrispettivo la valuta virtuale per qualsiasi prestazione avente ad oggetto beni, servizi o altre utilità.

Per quanto attiene nello specifico il reato di autoriciclaggio di cui all’art. 648 ter-1 del c.p., che all’uopo ha interessato la pronuncia della Corte di Cassazione, questo è stato introdotto dal legislatore italiano con la L. n. 186/2014.

Il riciclaggio rappresenta di per certo l’ambito più rischioso in cui un operatore interessato alle operazioni di investimento di compravendita di criptovalute potrebbe incorrere, soprattutto per quanto attiene i profili di responsabilità concorsuale, essendo un reato complesso e caratterizzato da una pluralità di elementi (si articola nelle fasi del “lavaggio” e dell’”impiego”).

Attraverso la previsione del reato di autoriciclaggio sono state rese punibili le condotte di chiunque impieghi, sostituisca, trasferisca in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, denaro beni o altre utilità proventi da delitto non colposo, per ostacolarne, in concreto, l’identificazione della provenienza delittuosa.

È chiaro che questo reato, a differenza del reato di riciclaggio ex art. 648 bis c.p., punisce la condotta di colui per cui si possa affermare un profilo di responsabilità penale, anche in concorso, nella commissione del reato presupposto.

Nel caso in esame, la Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso e ha di fatto confermato la legittimità del sequestro preventivo disposto in sede cautelare (che per questo tipo di reato, si ricorda, può essere disposto anche per equivalente), pur questo riguardando delle attività non direttamente poste in essere dall’interessato/imputato ma da soggetti terzi, ossia le società estere operative nella compravendita di criptovalute.

Predette società (propriamente compiendo attività di exchange) si sono interposte nell’acquisto di criptovalute ostacolando in concreto l’identificazione dell’effettivo beneficiario delle transazioni poste in essere e quindi dell’effettivo proprietario/titolare delle monete virtuali.

Si ricorda che ai fini dell’integrazione del reato sotto il profilo oggettivo è necessario che le attività poste in essere dall’agente siano idonee a ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni o delle altre utilità.

La Suprema Corte, nella pronuncia n. 2868/2022, ritiene che non occorra una condotta diretta di impiego, sostituzione o trasferimento di denaro da parte dell’agente, che conseguentemente comporti un assoluto impedimento di identificazione della provenienza delittuosa, essendo sufficiente una qualsiasi attività in concreto idonea ad ostacolare gli accertamenti sulla provenienza. In altre parole, deve trattarsi di una condotta offensiva che abbia una seria capacità dissimulatoria.

Inoltre, la Corte ha precisato come l’operazione di trasferimento di beni di provenienza delittuosa rientri senza dubbio tra le condotte del reato di autoriciclaggio e, nel caso di specie, dato che detto trasferimento è avvenuto per il mezzo di società operanti professionalmente nel settore del cambio valute, ne è derivato l’inserimento nel circuito economico – finanziario degli euro di provenienza illecita.

Appare opportuno fare una considerazione poiché i bitcoin che nel caso in esame ci interessano, non sono gli unici strumenti digitali oggetto di interessanti pronunce recenti.

Gli NFT (Non-Fungible-Token) termine con cui si identificano i certificati che attestano l’autenticità, l’unicità e la proprietà di un oggetto digitale, sono da poco stati oggetto di un provvedimento dell’Autorità fiscale britannica. Nei confronti di questi Token è stato predisposto un sequestro perché ritenuti parte di una sospetta frode IVA.

È chiaro che la normativa attuale non sia in grado di prevenire e reprimere tutte quelle condotte illecite che potrebbero trovare il loro fulcro nel mondo digitale, o quanto meno potrebbero sfruttarlo per assicurarsi l’impunità, servirà del tempo ed intanto si auspica che provveda la giurisprudenza a colmare parte delle lacune e delle problematiche che potrebbero interessare di volta in volta i casi concreti.

Riferimenti normativi:
D.Lgs. n. 231/2007
L. n. 186/2014
Direttiva UE 2018/843 (V Direttiva antiriciclaggio)

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